YouTube: non siamo i cattivi della storia

Il ruolo come partner dell’audiovisivo, la necessità dei media di innovarsi e il no alla prominence in nome della scelta dell’utente. Cosa dicono di YouTube le parole di Pedro Pina (Head of Emea) al Festival di Edimburgo
The James MacTaggart Memorial Lecture di Pedro Pina, Vice President of YouTube, EMEA (©YouTube)

«Una storia si sta svolgendo sotto i nostri occhi. Non è una tragedia. E, come spero di avervi dimostrato stasera, YouTube non è il cattivo. Come ci ha insegnato Aristotele, nella tragedia l’eroe è responsabile della propria rovina. Non è mai un malvagio antagonista a segnare il destino dell’eroe. È hubris: è l’orgoglio»: sono le parole con cui Pedro Pina, Head of YouTube EMEA, ha concluso il suo intervento all’Edinburgh TV Festival, prestigioso festival della tv britannica. Un discorso ancora più importante considerato che Pina è stato il protagonista del The James MacTaggart Memorial Lecture, uno degli appuntamenti di maggiore prestigio per il Festival. Amico, nemico (o forse frenemy), il rapporto degli altri media con la piattaforma continua a essere ambivalente: da una parte il crescente peso nella dieta mediatica (a partire da quella consumata sullo schermo tv), dall’altra il suo ruolo di partner degli stessi player (BBC in primis) che proprio lì vanno a cercare i proprio pubblici. E in questo rapporto si inserisce il ruolo della creator economy e i rapporti con le normative nazionali, che per un Ott globale risultano spesso ostili della crescita. Questo, e molto altro, è stato trattato nell’intervento di Pina.

LA NUOVA GOLDEN AGE
L’intervento di Pina si intitola, infatti, The Next Golden Age of Television: «Viviamo all’apice dell’era del video», dice. «Dal nostro punto di vista, le persone non stanno abbandonando la televisione: ci si stanno riversando in massa». E, ancora, «YouTube è di gran lunga la piattaforma più vista tra i giovani adulti, e si può imparare molto delle loro abitudini dai nostri dati». Pina traccia un paragone con l’evoluzione della cultura e della storia dell’arte, indicando che le nuove forme che si sono via via aggiunte (pittura, scultura, fotografica, cinema, arti digitali) non sono state una minaccia esistenziale alle altre. «Se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che non possiamo resistere alla marea». Dai contenuti realizzati sui canali YouTube di BBC e ITV, le collaborazioni con i creator, si evolve – è questo il tema – l’offerta e la fruizione di uno stesso contenuto. «Anche se è vero che la televisione tradizionale non ha più il monopolio sull’attenzione degli spettatori, non significa che altre forme di video online lo abbiano. Semplicemente significa che non esiste più il monopolio. E dal punto di vista degli spettatori, è una cosa buona!».

LA NUOVA TV HA BISOGNO DI YOUTUBE?
Nella visione di Pina, un ecosistema media in salute consiste in «formule complementari che svolgono ruoli diversi e incoraggiandosi a vicenda». E questo si può fare solo ammettendo che i tempi ormai sono cambiati: «Non si può più fare affidamento sui flussi di entrate costanti e sui budget in forte crescita sui cui un tempo si è basata la posizione centrale che la tv occupava un tempo. Adattarsi a questo nuovo contesto non sarà indolore. I lavori nel settore televisivo stanno cambiando e ora sono necessarie nuove competenze. Ma se il timore è che la proliferazione di creatori e piattaforme distrugga la tv britannica in quanto tale, allora la storia di questo mezzo dimostra che è vero proprio il contrario». Anzi, per Pina la tv britannica si trova alla «cuspide» della sua Golden Age, trainata da «crescita della domanda da parte delle audience, una nuova tecnologia disruptive e l’enorme talento creativi». Con i suoi 17mila canali (UK) con oltre 100 mila abbonati, oltre 2mila con milioni di spettatori e oltre l’80% dei contenuti britannici visti fuori dal territorio, YouTube si presenta come motore della crescita.  Nella visione (e nello spazio) del servizio coesistono i professionisti del racconto televisivo e i creator. Ma, non dobbiamo diventare tutti youtuber. Anzi: «Focalizzatevi su quello che la televisione fa meglio». Pina individua i tre grandi plus della televisione:  la capacità di attivare conversazioni sul piano nazionale, il peso istituzionale dei servizi premium e dei broadcaster e una terza, proprio la struttura del racconto televisivo: le strutture del racconto (palinsesti, durata degli episodi), insomma quelli che sono «le limitazioni del broadcasting tradizionale» rispetto all’infinità di formati che YouTube può offrire sono «ciò  che incoraggia una scrittura intelligente e uno storytelling efficiente». Su questa capacità di scrittura e racconto si innesterebbe la potenza delle analisi di YouTube, «un unico grande studio sulle preferenze dello spettatore».

NO ALLA PROMINENCE
Ciò detto, restano i no, e riguardano proprio la specificità del modello di business della piattaforma. Perché, se è vero che produttori, streamer e broadcaster sono partner di qualità per il servizio, allo stesso modo lo sono i creator. YouTube è una piattaforma che esiste per ospitare una pluralità di visioni, la «democrazia per definizione». Su questa convinzione si innesta il tema della prominence, ventilato nella nuova riforma dei servizi media britannici e su cui il gruppo è nettamente contrario. L’eventualità, dunque, che una normativa possa in qualche modo intervenire sull’infrastruttura e architettura del servizio è semplicemente fuori questione. «Una prominence imposta danneggerebbe l’interesse pubblico, spostando ingiustamente l’attenzione dai creator indipendenti e dalle società di produzione e suggerendo a tutti i nostri utenti di guardare gli stessi programmi, senza tener conto dei gusti personali. Se questa proposta diventasse legge, molti creatori e società di produzione con sede nel Regno Unito vedrebbero minacciata la propria fonte di sostentamento. I telespettatori britannici sarebbero costretti a districarsi tra contenuti che potrebbero non desiderare, il che di per sé potrebbe minare la fiducia che le emittenti di servizio pubblico del Regno Unito hanno costruito nel tempo».

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