Per la riuscita di qualsiasi programma «bisogna proteggere le persone che vi lavorano… Bisogna fare tutto il possibile perché il lavoro di ognuno migliori e porti ai risultati sperati». È il commento di Simona Ventura
Qual è la principale eredità di Baudo lasciata a voi conduttori?
Lo studio, la preparazione, il desiderio di migliorarsi sempre, come conduttori ma prima ancora come persone. Era uno stakanovista, non si fermava mai né dormiva sugli allori. Tre padri fondatori della tv hanno creduto in me agli inizi: lui, Mike Bongiorno e Maurizio Costanzo. Pippo mi ha voluta in un’edizione di Domenica In. Durante la settimana lavoravo a Telemontecarlo e nel week-end correvo in Rai. Per me questa è stata fonte di grande orgoglio, come per un calciatore delle giovanili esordire in prima squadra. In più, cercavo di assorbire tutto da lui, come una spugna. Mi sforzavo di entrare nella sua psicologia: se chiedeva stacchi di massimo due minuti e mezzo, io gli restituivo la linea dopo due, facendolo contento. Mi dava tanti riscontri, anche negativi, ma sempre con gentilezza. È anche grazie a lui se sono diventata la conduttrice di oggi. […]
Vista la multicanalità, ha ancora senso la televisione tradizionale?
Sì, resta centrale per una grande fetta della popolazione, per cui rappresenta una compagnia e a cui regala momenti di serenità: anziani, malati, persone che non si possono permettere le piattaforme. Le tv generaliste oggi sono arricchite da tante altre proposte. L’offerta è, nel bene e nel male, variegata e frammentata.
Baudo diceva: «Se hai successo, tutto ti viene rimproverato perché sei costantemente sotto osservazione, sotto la lente di una schiera di invidiosi che aspetta di coglierti in fallo». Anche lei subisce o ha subito gli effetti dell’invidia?
In Italia ti perdonano tutto, tranne il successo, scherzo, naturalmente… Sono più inclini a compatirti quando le cose vanno male, che a farti i complimenti quando vanno bene. La nostra è una repubblica basata sull’ideologia, ma io che sono una mente libera vado avanti per la mia strada. Dopo quarant’anni di carriera, mi sono fatta una corazza e posso dire che non mi tocca nulla. Se le cose vanno bene, sono contenta per il gruppo, ma personalmente non mi esalto, resto con i piedi per terra. Se vanno male, sono serena, non ho né rimorsi né rimpianti. Io mi tuffo sempre, lavoro moltissimo e butto il cuore oltre l’ostacolo.
C’è un aspetto, un tema relativo alla conduzione televisiva su cui, secondo lei, si manca di porre il dovuto accento?
Ci sono quelli che la televisione la fanno e quelli che la eseguono. Ed è una cosa un po’ diversa. In televisione vediamo conduttori con decenni di carriera. Oltre alla professionalità e all’esperienza, ci mettono passione. A fare la differenza, poi, è la gavetta. Tutti siamo partiti dalle basi, perché solo così l’edificio può avere solidità. È ovvio che all’inizio si comincia con piccoli ruoli, per poi imparare e crescere. Oggi i social regalano una popolarità effimera. Chiunque può avere i suoi dieci minuti di celebrità, il difficile è mantenerla. Nessuno sarà mai più come Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Raffaella Carrà. Ma ognuno, scommettendo sul proprio stile e la propria unicità, può tenere alta la bandiera della professione. Fra i più giovani cito Stefano De Martino e Silvia Toffanin, che stanno facendo un ottimo lavoro. Lui ha ricevuto le redini di un programma di successo storico di Rai1, lei si è cucita addosso un programma, che è diventato cult, con impegno e gentilezza.
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Simona Ventura (©UsMediaset)




