Martedì all’insegna dei convegni al RomaFictionFest: il primo, dal titolo “Presente e futuro della fiction italiana”, si è svolto questa mattina presso l’Auditorium Parco della Musica, moderato da Carlo Freccero. Con lui, dietro al tavolo, Sergio Silva, qui nelle vesti di portavoce del (glorioso) passato della tv, e Mario Gianani (Wildside), a rappresentare il presente della fiction. Un terzetto che non ha fatto sconti a nessuno, in primis ai broadcaster. «Il primo passo è riconoscere che c’è un problema: molti hanno mancato. Nel caso migliore, per miopia», esordisce Silva. «Rai e Mediaset disponevano di forze che non hanno usato». In particolare, se alla Rai vengono riconosciuti degli sforzi, pur «deboli e timidi», e dei segnali di cambiamento, è soprattutto al comparto privato che si rimprovera una certa tiepidezza: «Se negli anni ‘90 il settore privato aveva fatto la differenza, oggi è proprio il soggetto che potrebbe maggiormente pagare questa rilassatezza», dichiara Gianani, «forse al settore privato è mancato uno stimolo. Forse non sono chiari gli obiettivi». Quanto a Sky, a detta dei presenti la piattaforma produrrebbe ancora troppo poco, soprattutto in relazione al suo potenziale. Da qui, la necessità di un sistema più concorrenziale, indicato come l’unica strada per rilanciare il settore: «In questo momento magico, dove la globalizzazione è un fatto reale, potremmo capovolgere almeno un versante, ossia quello dell’esportazione, se avessimo un sistema corretto, come per esempio quello francese», continua Gianani. «Inoltre è la concorrenza che cambia le regole dei diritti sul mercato. Diversamente, tutto resterà immutato. Non ci resta che sperare che irrompano nel mercato più soggetti nuovi, come Netflix». Freccero ha invece ribadito l’importanza di tornare a produrre (soprattutto lunga serialità) per più canali e non solo per RaiUno e Canale 5, ipotizzando addirittura la possibilità che questo venga imposto dall’alto ai network. Radicale, infine, la conclusione tratta da Silva che, «personalmente sfiduciato nei confronti dei network, delle istituzioni come l’Agcom e delle stesse categorie di associazione», giudica «l’intero comparto completamente inutile: non è in grado di autocorreggersi e di avanzare proposte forti e slegate da interessi immediati. Occorre quindi un intervento duro per introdurre soggetti, anche nuovi, in grado di proporre un nuovo sistema. Vorrei che il governo non si limitasse a vendere un pezzo della Rai, ma si facesse carico del problema ridando anima al settore».
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