Regia Tv, Stefano Vicario: si scrive e sperimenta meno

Specializzato in televisione, ha fi­rmato un gran numero di fiction e programmi. Ha diretto nove edizioni del Festival di Sanremo e i principali spettacoli di Roberto Benigni. È anche scrittore. L’intervista integrale è stata pubblicata su Tivù di luglio/agosto 2025, scarica il numero o abbonati qui

Regista si nasce o si diventa?
Nel mio caso, entrambe le cose. Da ragazzo volevo fare il chitarrista rock, ma mio padre mi portò sul set, facendomi fare tutta la gavetta. Sono andato anche negli Stati Uniti con Sergio Leone e lì ho iniziato ad apprezzare questo lavoro. Ma la musica restava al centro dei miei sogni, ­finché un incidente ha cambiato le carte in tavola: sono stato investito mentre ero in motorino. Ho avuto una brutta frattura a una gamba e da lì ho iniziato ad apprezzare il fatto che il regista lavora stando seduto. Oggi posso dire che la regia è bella ed emozionante. […]

Come è cambiata la tv?
I cambiamenti sono tanti. La tecnologia ha un ruolo centrale: a inizio anni anni Duemila una camera costava 70mila euro. Adesso la spesa è irrisoria con il digitale. In compenso, i budget si sono ridotti. Prima si scriveva di più, la componente autoriale e creativa aveva una maggiore importanza. L’estate era la stagione per mandare in onda nuovi format che, se apprezzati dal pubblico, entravano nei palinsesti autunnali. L’Eredità, quiz preserale che ho diretto nelle prime edizioni, è partito dall’abbozzo di un format argentino, poi adattato alla realtà italiana e diventato un successo senza tempo.

Oggi si sperimenta di meno?
Adesso ci sono trasmissioni che restano le stesse da più di vent’anni. C’è poca mobilità, poco ricambio. Le trasmissioni seguono una stagionalità, come le verdure nell’orto. Amici, L’Eredità, Ballando con le stelle si susseguono un anno dopo l’altro. E poi a spadroneggiare sono i format stranieri, adattati alla realtà italiana, ma a partire da una base comune. Si inventa e si scrive molto di meno. […]

Come conquistare i più giovani?
A Sanremo è stato Amadeus a fare la differenza. Ma abbiamo giocato anche con la scenografi­a. Ho contribuito anche io nel dare alla manifestazione una confezione visiva in grado di incuriosire e avvicinare i ragazzi. Rispetto ai maxischermi, ai Led Wall, si è puntato invece su una scenografa “fi­sica”, in grado di cambiare a seconda dell’illuminazione. Alla base c’è uno sforzo durato cinque anni e mirato a creare una struttura in grado di restituire riconoscibilità. Le scene sono cambiate, ma la sensazione è quella di essere rimasti in uno stesso racconto che valorizza la parte emotiva. […]

Qual è lo stato dell’arte attuale?
La verità è che le reti generaliste sono rimaste poche. Uno dei fenomeni recenti più importanti è la necessità di avere una ­fisionomia precisa. La rete sceglie il suo pubblico, dà un’impronta. Faccio un esempio: La7 si rivolge a una popolazione scolarizzata centro nord e per questo target confeziona i suoi programmi. Poi ci sono reti, come Rai 1 e Canale 5 che si rivolgono a un pubblico meno scolarizzato, più anziano e poco incline al cambiamento. Da qui la tendenza a offrire sempre gli stessi programmi. A breve, la tv come la conosciamo adesso non ci sarà più. I soldi sono sempre meno, le prove sono sempre più brevi, lo spazio per la creatività è ridotto. Ma resta il fatto che per fare le cose belle ci vuole tempo. (di Lucia Tilde Ingrosso)

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