L’Italia in fiction

Tivù ha chiesto ad alcuni esperti e professionisti di commentare che tipo di Italia sia quella rappresentata nella fiction. Leggi il servizio completo “Che Italia è quella delle fiction?” sul numero di dicembre 2025 (di Lucia Tilde Ingrosso)

Negli ultimi anni, la produzione seriale italiana è cambiata profondamente, insieme al Paese che racconta. I generi si sono ibridati, le piattaforme hanno ridisegnato la mappa dei pubblici, le città e i territori sono diventati protagonisti, la cronaca si è fatta racconto. Ma la vera trasformazione è avvenuta nel modo in cui le storie vengono scritte, prodotte e percepite: le serie non sono più un semplice intrattenimento, ma si sono trasformate in uno specchio, a volte deformato e deformante, dell’Italia. In questo scenario, la fiction è diventata un campo di osservazione privilegiato per “rappresentare” il Paese a chi lo abita e a chi o guarda da oltreconfine. Ed è un linguaggio narrativo che risponde alle aspettative di varie estrazioni di pubblico. Tivù ha chiesto ad alcuni esperti di commentare che tipo di Italia sia rappresentata nella fiction. Ecco un breve estratto del loro punto di vista.

L’Italia come protagonista

Valentina Carla Re, professoressa ordinaria di Storia del cinema all’Università di Napoli “L’Orientale”

Che rapporto c’è oggi tra audiovisivo e Paese reale? L’audiovisivo racconta il Paese anche quando ci sembra lontano dalle urgenze sociali e dal presente, perché ci parla delle difficoltà dell’industria creativa di innovare la tradizione italiana senza abbandonarla, di innovare immagini che sono stereotipate per alcuni, ma rassicuranti per altri. Non solo: la fiction ha un impatto, trasforma l’immaginario. Un esempio può essere Mare fuori: da un lato usa elementi tradizionali del melodramma e della soap, dall’altro interpreta in maniera innovativa nel contesto italiano il teen drama e il prison drama. Ha dimostrato la profonda rilevanza sociale della serialità televisiva anche per i pubblici giovan. Il crime, che studio da diversi anni, è un genere chiave per interpretare fenomeni di tipo politico e sociale, e rappresenta un ottimo esempio di equilibrio tra racconto dell’Italia e circolazione internazionale. […]. Gli streamer sono un tassello importantissimo, ma parte di un mosaico più ampio. Da un lato, si registrano aspetti positivi: nuovi investimenti, opportunità per giovani e talenti locali, spazi per sperimentare in generi minori (horror, teen drama…), opportunità per promuovere valori legati alla diversità culturale e all’inclusione. Tuttavia, tutto ciò va inserito in una logica di mercato. Anche la valorizzazione della diversità rischia di ridursi a uno strumento di marketing e di reputazione. Penso a una serie di nicchia come Prisma (Prime Video), che è servita in una fase di posizionamento e poi è stata cancellata. Un elemento di ambiguità è legato alla globalità. Il rischio è quello di una standardizzazione e omogeneizzazione del linguaggio e delle formule narrative. A volte la caratterizzazione si trasforma in colore locale, se non in folclore. E l’elemento territoriale rischia di diventare una strategia di packaging. Di contro, il rallentamento nella produzione testimonia una nuova fase di maturità.

Raccontando il futuro

Mario Morcellini, professore emerito di Comunicazione e processi culturali presso Sapienza Università di Roma

La tv funziona bene se intercetta i bisogni dei pubblici. Ciò ci consente di usare i media come un sondaggio sui cambiamenti culturali e valoriali in atto. La fiction ha successo, sia nelle aspettative degli autori che nei successivi riscontri economici, quando intercetta una mediana dei valori della società a cui si presenta, possibilmente spostandola un passo più avanti. Serve a raccontare i valori attuali, ma anche quelli immediatamente venturi. La narrazione deve essere intelligentemente realistica e descrivere le condizioni di vita esistenti, ma anche presentare un’anticipazione di come saremo domani. […] Le tv, e quelle pubbliche in particolare, privilegiano la rappresentazione del conflitto, a scapito della normalità, che pure avrebbe diritto di cittadinanza narrativa. Questa è la conseguenza di un equivoco: presumere che la devianza, l’eccezione e l’irregolarità funzionino più, e meglio, della normalità. Tutto ciò contribuisce all’ipertensione che affolla i nostri immaginari e alla lunga genera saturazione. In ciò vedo una rincorsa fatta sui social, che si dimostra perdente. Trasferendosi nelle narrazioni private è ovvio raccontare tradimenti, trasgressioni, colpi di testa. Ma la completezza del quadro esige che siano inseriti in un contesto di cui fanno parte anche rapporti più frequenti, e dunque normali. Se ai giovani si fanno vedere solo relazioni tossiche, si afferma il messaggio che non hanno di ritto a una stabilità sentimentale ed emotiva. […] Qual è l’antidoto al dilagare del male in tv? Le fiction “alla Don Matteo”, per esempio. Quelle che raccontano personaggi tradizionali come i preti, ma aggiornati alla modernità e alle sue crisi. Con ambientazioni non metropolitane, in città medie, dove resistono anche valori di comunità. Queste fiction hanno intercettato bisogni del pubblico magari non sempre di massa, ma che con il tempo si sono affermati e consolidati. Il successo di queste storie dimostra come l’equilibrio sia meglio delle mode e dell’obbedienza alle dittature del momento. Tutto ciò costruisce un equilibrio narrativo che aiuta anche ad anticipare il futuro, sempre più variegato e sorprendente di quello che immaginiamo.

Quando la realtà sta dietro la commedia

©Persico

Gabriella Genisi, scrittrice – Lolita Lobosco

La fiction, in Italia come all’estero, può diventare uno strumento per raccontare anche le realtà sociali di un Paese? Certamente e succede anche in quella tratta dai miei libri. Certo, a volte questo passa attraverso dei cambiamenti, anche radicali. Nei miei romanzi, per esempio, il padre di Lolita (Lobosco, ndr.) era un carabiniere. Nell’adattamento tv, invece, è stato trasformato in un contrabbandiere, anche per mostrare l’evoluzione della città di Bari, dove in Città Vecchia oggi ci sono i turisti, i negozi di souvenir, la movida e le signore che preparano le orecchiette, prima si vendevano le sigarette di contrabbando. […] La natura, l’arte, la bellezza dei luoghi, le tradizioni e la cucina: questi sono tutti elementi fondamentali nella caratterizzazione di una storia e nel successo di una fiction. Da questo punto di vista, uno degli elementi fondamentali alla base è la collaborazione con le Film Commission. Quando ho cominciato a raccontare la mia regione, la Puglia stava vivendo un periodo di splendore, anche grazie alla gestione del presidente Nichi Vendola. Il marchio Puglia non era mai stato così attrattivo. E in quegli anni si è affermata come una regione piena di eccellenze. Di contro, la mia fiction ha portato nella regione migliaia di presenze, attirate anche dalle ricette tipiche che io inserisco nelle storie. Non a caso, adesso uno dei piatti che vanno per la maggiore sono gli spaghetti all’assassina, rivisitazione di una ricetta antica. Differenze tra i libri e gli episodi in tv? La linea orizzontale. Nei romanzi il caso occupa molto spazio, in tv c’è bisogno di riempire i 100 minuti, dando respiro anche alle storie dei personaggi. Così, se nei libri le mogli dei miei poliziotti non si vedono mai, nella serie hanno un ruolo. Ma sono differenze necessarie, perché si tratta di due pubblici diversi. I lettori sono più attivi e vanno in libreria a cercare le tue storie. Gli spettatori sono più numerosi, Lolita è arrivata ad averne 7 milioni, ma magari capitano sulla tua fiction per caso e poi vanno fidelizzati, anche con le storie personali dei personaggi.

Per capire il Paese

Maurizio De Giovanni, scrittore

Dal libro alla fiction: che cosa comporta la trasposizione? Alla base, c’è una differenza fondamentale. Il romanzo è frutto di un’unica persona, spesso spettinata, in pigiama e con le sue paturnie. La serie, invece, è frutto di tante teste e creatività diverse. Ci sono i punti di vista dei rappresentanti della piattaforma, del regista, degli sceneggiatori, degli scenografi, degli attori, dell’autore della colonna sonora… Tutte queste creatività si devono esprimere in autonomia e l’autore lo deve accettare. Per esempio, tra la prima e la seconda stagione sia della fiction dedicata al commissario Ricciardi che di quella dedicata ai bastardi di Pizzofalcone ci sono differenze enormi, proprio perché c’erano stati importanti cambiamenti nei team di lavoro. […] benché il crimine sia brutto e orribile, esercita una sorta di interesse “di prossimità” nei confronti delle persone. Tutti noi, nel nostro piccolo, proviamo sentimenti di invidia, possessività, odio, vendetta… Tutti noi, chi più chi meno, siamo gelosi, ma non ci sogneremmo mai di uccidere il nostro partner. Ma vedere chi lo ha fatto, chi ha davvero messo in atto comportamenti così devianti lo troviamo interessante, coinvolgente, anche “divertente”. Deve essere verosimile, far scattare nel pubblico – specie se si tratta di reti generaliste – un minimo di coinvolgimento e immedesimazione. […] Apprezzo molto la micro-tendenza di toccare argomenti di natura sociale. Il fatto di proporre, specie alle nuove generazioni, le reali difficoltà di chi non sa come mettere insieme il pranzo con la cena, di chi affronta sofferenze e problemi seri. Di chi arriva a compiere atti gravi, perché spinto dalla necessità di nutrire i figli. Con l’assistente sociale Mina Settembre affronto questi temi, ma non solo con lei. Trovo queste tematiche infinitamente più interessanti ed educative dei problemi sentimentali degli esponenti del jet set. Da questo punto di vista, vedo le fiction come un contrappunto morale nei confronti dei temi molto più superficiali trattati sui social.

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