Dal 26% nel 2020 al 30% nel 2025. È la quota di consumatori americani che ha scelto di cancellare un abbonamento a servizi streaming per tagliare le spese. A dirlo, l’ultimo studio di Parks Associates dal titolo Streaming Competition and Profitability: Pricing Models & Retention Strategies. «Sebbene i contenuti esclusivi rimangano un importate driver d’acquisto, non è più sufficiente per la retention», scrivono i ricercatori. Secondo l’analisi, basata su 8mila famiglie americane connesse a internet, un abbonato su quattro cancella un abbonamento dopo aver terminato la visione di un determinato titolo, «sottolineando la crescita di un’abitudine di visione a rotazione in un ambiente streaming saturo».
Seguono, come ragioni di disdetta di un abbonamento, l’aumento dei prezzi, la fine di una promozione (20%) e l’impossibilità di trovare qualcosa da guarda (17%).
Gli abbonamenti con pubblicità sono quindi una soluzione per mantenere gli abbonati o incentivarne il ritorno, anche se occorre un «delicato equilibrio» tra reach e lealtà, perché la pubblicità resta il principale fattore «che incide negativamente sulla soddisfazione».
I servizi streaming sono comunque diventati una «spesa domestica di base»: il 91% delle abitazioni USA è almeno un abbonamento Svod. Parks Associates stima 5,8 abbonamenti per famiglie Svod (5,5 nel 2021), ma la spesa media per servizio è in declino. Il 70% degli spettatori un’eccessiva ripetizione degli stessi spot, causando «frustrazione». Secondo i ricercatori, i dati evidenziano che «il churn è spesso ciclico e non permanente», sottolineando l’importanza di «prezzi flessibili, opzioni con pubblicità e un messaggi chiari sul valore (del servizio) per prolungare la durata dell’abbonamento».
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