Italian Global Series: come cambia il casting nell’era delle big tech

Kate Rhodes James e Francesco Vedovati raccontano l’evoluzione della professione di casting director e le grandi differenze tra Italia e Usa tra tempi più concitati, budget ridotti e confronti con la produzione
Kate Rhodes James e Francesco Vedovati all'Italian Global Series 2026 (©IGS)

Un giusto cast fa la differenza sul successo o meno di una serie: dai protagonisti principali passando per i comprimari. Ma oggi, tra tecnologia e nuovi vertici al comando degli studios, anche l’arte del casting affronta nuove sfide. Di questo hanno parlato due professionisti del settore all’Italian Global Series: Kate Rhodes James (casting director di serie come House of the Dragon, Alien: Pianeta Terra) e Francesco Vedovati, direttore casting di titoli quali Conclave, Ripley, The White Lotus.

TEMPI RIDOTTI: LE DUE FACCE DELLA MEDAGLIA Va da sé che il progresso dell’industria ha ridotto determinate procedure di lavorazione. “Prima di internet passavamo le giornate ad aprire le buste con le foto, inviare i copioni via fax, far girare i corrieri”, ricorda Vedovati. Oggi, però, mentre i talent possono affrontare un casting da ogni parte del mondo grazie ai self tape (fin troppo forse, “perché agli attori manca il contatto”, conferma Rhodes James. Ricordiamo inoltre che il tema è stato più volte affrontato dai contratti di SAG-Aftra), la digitalizzazione si è tradotta anche in un eccesso di burocrazia: NDA (non disclosure agreement, ndr.) da firmare, watermark sulle scene, fino alla massima segretezza sul nome del regista se non addirittura del progetto per cui si fa un provino. I tempi, poi, si fanno più ristretti: se il processo di selezione poteva impiegare 10/15 settimane ora si riduce a 5/6. C’è poi il tema del budget, dove si riscontra la maggiore differenza tra Italia e Usa: “In Italia ci sono meno soldi”, ammette Vedovati. Ma non solo. Se c’è una caratteristica della gestione americana che Vedovati vorrebbe venisse adottata anche in Italia riguarda la condivisione delle informazioni, in particolare quelle che riguardano i costi: “Da noi non si parla di soldi, ma conoscere il budget destinato ai casting mi permetterebbe di avere un controllo sulla spesa (perché quello che non viene speso per gli attori finisce in altre voci di spesa), gestendone meglio la qualità”.

IL DIRETTORE CASTING HA SEMPRE RAGIONE?
Come detto anche da David W. Zucker, la nuova conformazione dell’industria incide anche sul processo di produzione. “Il sistema degli studios oggi è gestito dalle big tech, che non capiscono cosa fa un attore, il processo dietro la selezione. Spero che le persone inizino ad ascoltare: sappiamo quello che diciamo quando pensiamo di avere davanti un talento”, spiega Kate Rhodes James. Difficile spiegare a parole quello che per Rhode James è una questione di istinto, di pancia, “un dono”. Rhodes, che per qualche anno ha recitato prima di capire che quella non era la sua strada, ha ammesso che la recitazione l’ha aiutata a sviluppare le sue capacità. Non parla di dono Vedovati, ma certamente di istinto. Anche se, sottolinea, il responsabile del prodotto è il regista e pertanto sta anche al direttore casting sapere fare un passo indietro: “Se si tratta di registi con cui lavoro da tempo mi permetto di discutere di più, ma non voglio mai scavalcarli”, spiega Vedovati. Il rapporto coi registi è delicato: “Bisogna essere pazienti, è la loro visione”, ricorda Rhode James.

I casting director Kate Rhodes James e Francesco Vedovati (©IGSF)

Qualcuno, dopo aver rifiutato le vostre proposte e a fronte del flop di un progetto proprio per il mancato casting ha poi ammesso di aver avuto torto nei vostri confronti? “È successo, ma non lo hanno mai ammesso direttamente”, ammicca Rhodes James. “Ho chiamato io per farglielo presente”, scherza Vedovati, ricordando il caso de Lo chiamavano Jeeg Robot. “Gli attori cui il regista Gabriele Mainetti (al suo esordio, ndr.) aveva pensato per i ruoli principali rifiutarono tutti, mi sono inventato un cast da zero. Risultato? Il film ha vinto il David di Donatello per tutte le quattro categorie attoriali…”.

LE OPPORTUNITÀ PER I TALENT LOCALI
La globalizzazione della produzione ha portato a una crescita delle opportunità per attori e attrici nazionali: sia sul territorio che in campo internazionale. Kate Rhodes James, che ha lavorato anche al casting de Il gattopardo, prima che la produzione Netflix venisse gestita in toto in Italia (e quindi con cast italiano), invita a non inseguire per forza la dizione perfetta. “Ho avuto l’opportunità di conoscere studenti italiani e dico loro che la lingua è il loro superpotere. Nessun regista o produttore prenderebbe un italiano per un ruolo di madrelingua inglese, ma ci sono tanti ruoli a disposizione”. Lo conferma Vedovati: “Le produzioni in lingua inglese non sono ‘la fine dell’arcobaleno’. Ci sono tante opportunità di ruoli interessanti per attori italiani ed europei”. I giovani hanno paura di sembrare ‘troppo italiani’, ma la verità è che gli show internazionali girati qui cercano proprio quello”. Non è quindi questione d’accento, quando di conoscenza della lingua (“il doppiaggio in questo senso ci ha penalizzati”, aggiunge Vedovati), quello fa davvero la differenza, perché consente di capire meglio il set: “I registi preferiscono lavorare con qualcuno con cui può interagire direttamente”. Meglio conoscere una lingua in più che perfezionare l’accento britannico. Studiare recitazione, vedere film e serie, leggere molto e frequentare i teatri sono i consigli di Vedovato: “Tendo sempre a preferire chi arriva da un percorso accademico. Non ci si improvvisa attori. Certo, ci sono casi in cui si scelgono persone che non hanno mai recitato, come mi è capitato per Io Capitano. In quel caso, avevamo una difficoltà effettiva nel trovare giovani senegalesi in Italia, servivano persone che non fossero mai stati in Europa, da qui la necessità di spostarci nel continente africano”. Il talento da solo non basta. Viene meno, dunque, il mito della “scoperta per caso”: che può certo accadere, ma deve essere poi sostenuta da una pratica costante. Anzi, sia Rhode James che Vedovati non amano troppo quei registi che preferiscono talenti grezzi per poterli gestire in toto: “Ci sono registi che vogliono solo avere qualcuno da comandare, ma noi abbiamo una responsabilità verso queste persone. Una carriera richiede un impegno costante”, ricorda Rhode James.

POPOLARITÀ FORMATO SOCIAL?
Che la popolarità di un attore o un’attrice possa influenzare i risultati di un progetto generando hype è indubbio, ma quanto vale davvero la loro presenza sui social? I follower entrano nel processo decisionale di un direttore o una direttrice casting? Entrambi i professionisti dicono di no: “Personalmente non ne voglio sapere. Sono una trappola, consiglio sempre di postare poco o di mantenere i profili privati”, dice Rhode, mentre Vedovati aggiunge: “Certo, può capitare che i registi diano un’occhiata ai profili rischiando di farsi influenzare. Preferisco che gli attori mantengano un po’ di mistero, altrimenti il rischio è di rimanere ingabbiato in un ruolo. Personalmente lo sconsiglio.”.

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