Claudio Bisio: ridere non è un gioco da ragazzi

Bisio è un talento attira-talenti: con il teatro come faro, ha costruito una “seria” carriera all’insegna della commedia. Un’arte che ora tramanda
Claudio Bisio (©MarinaAlessi/Mediaset)

Tivù ripropone di seguito una parte dell’intervista a Claudio Bisio, pubblicata sul numero di marzo

Quello di Zelig in tv è stato un ritorno che ha appagato tutti. Si è dato una spiegazione del successo di questa rinascita?

Chi lo sa?! (ride). Certamente Zelig nell’ultimo ventennio è stata la regina della comicità in tv: lo dico senza vantarmi troppo, ma posso permettermi di farlo, visto che dopo di noi sono nati altri programmi simili e considerando che sostanzialmente Zelig non è nemmeno un format, bensì “solo” uno show comico dal vivo ripreso dalle telecamere. Al nostro gruppo piace pensare a Zelig  come a una sorta di Festival della comicità, come Sanremo, anche se con meno puntate!

Ricordo una sua intervista al Corriere in cui, ripensando alle sue prime serate, capì che «l’improvvisazione è una digressione su qualcosa che sai dove va a parare». Questo mi fa pensare, ampliando il tema, che anche il talento più puro vada coltivato. Mi chiedo se la televisione basti per questo.

Assolutamente no. Anzi, lo sottolineo spesso. Agli attori dico che serve il teatro, ai comici i locali di cabaret, con la gente che mangia, che ti dà le spalle e magari non ride. Ricordo certe serate, i miei esordi al Derby e allo Zelig, davvero faticose e lì davvero ci si fa la scorza. Poi, certamente, la televisione è un megafono enorme da questo punto di vista, ma non basta. Quando arriva il talento, però, te ne accorgi: ho scoperto Max Angioni a Italia’s Got Talent e poi lo abbiamo portato a Zelig e ora sta crescendo a Le iene. Mi viene in mente poi Checco Zalone, che abbiamo scoperto a Zelig Off. Voglio dire, un po’ di occhio ce lo siamo fatto! D’altro canto, la mission storica di Zelig è quella di essere talent scout.

Televisione, cinema, teatro, qual è il nesso tra tutte le attività che sceglie di fare?

Il teatro è sempre “la comanda”. Il mio modello è sempre stato Dario Fo, insieme a Gaber e Iannacci. Nei miei quarant’anni di carriera, tranne qualche stagione ho sempre fatto teatro e poi ho avuto la fortuna – anche cercata – di incontrare il cinema e la televisione. Ma il faro resta sempre l’esperienza dal vivo, il teatro. Anzi, curiosamente, uno dei miei ultimi film, Vicini di casa, è tratto da un testo teatrale.

Come nasce l’idea di fondare Solea, la sua agenzia di management e factory creativa? Volontà di autogestione?

In parte è così, in parte segue quella piccola vena imprenditoriale che ho sempre avuto. Siamo una piccola struttura, che ha appena compiuto dieci anni e che ha molte potenzialità che in fase di crescita.

Cosa la fa ridere in televisione?

Beh, far ridere un comico è la cosa più difficile del mondo. Anzi, avere amici colleghi in platea è una tra le cose peggiori (ride), perché conosciamo i meccanismi della battuta e quindi ridiamo meno, ma possiamo invece apprezzare la costruzione di un monologo o invidiare un pezzo… Insomma, è difficile farmi ridere, lo fanno le cose impreviste, imprevedibili. Cito ancora Dario Fo: «La risata è una cosa di pancia, non passa dalla testa».

È impegnato a teatro (l’intervista risale a inizio febbraio, nda. ) e sta lavorando al suo film: ci sono altri progetti in corso?

La tournée mi impegnerà fino ai primi di aprile e nel frattempo sto lavorando alla post-produzione del film. Sarò poi su Rai1 con la fiction Vivere non è un gioco da ragazzi. E poi in autunno ci sarà Zelig: appena terminata la tournée sarò con la squadra di Bozzo per provini e laboratori. Il che significa trovare facce nuove: potrebbe essere l’occasione per cimentarmi come agente. Devo vincere la timidezza, non sono mai andato da un comico e chiedere di entrare nella società. Anzi, lancio il messaggio da Tivù(di Eliana Corti)

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