Per i pochi che non se ne fossero ancora accorti, c’è un nuovo sceriffo sulle strade dell’audiovisivo globale. Già, perché nella ciclica ricerca di un formato o di una qualsiasi soluzione che prometta di creare nuove opportunità di business, il settore sembra essersi invaghito del micro-drama (episodi da due o tre minuti pensati per il consumo mobile, al momento con nato a un’estetica low-budget e a trame sensazionalistiche). Si tratta di un formato non da prime time, lontano dalla serialità premium, che non chiede finestre esclusive. Vive nello scroll, respira in verticale, misura il successo sulla curva di retention, secondo per secondo. Quindi, quella che veniva liquidata fino a non molto tempo fa come una curiosità asiatica, a livello internazionale si è trasformata ormai in una variabile industriale.
Non è un caso l’interesse progressivo di player come Fox, ViX, Globo, l’attenzione dichiarata di Disney+ e Netflix, la nascita e la crescita di apposite società di produzione. A deporre a suo favore, sono l’efficienza e la velocità che promette agli operatori in virtù dei ridotti costi, della sempli cazione produttiva e del taglio del time-to-market. Mentre il rischio per produttori e autori è che la creatività venga subordinata all’algoritmo, e che il valore si sposti definitivamente verso chi possiede i dati e la distribuzione. C’è di buono anche che il micro-drama si offre come una fabbrica di prototipi narrativi: testare personaggi, universi e dinamiche che, se funzionano, possono essere espansi in serie long-form, remake o adattamenti multipiattaforma. Dall’altra, è un tipo di contenuti che si presta a essere realizzato con l’impiego dell’IA, e si sa che quando i contenuti diventano facilmente replicabili e simili tra loro, perdono differenziazione e valore: diventano una commodity. Ma cosa comporta per la televisione tradizionale l’avvento di quella che viene considerato ormai da molti l’inizio di una “nuova era” audiovisiva?
La sfida è duplice. Da un lato, i micro-drama possono essere visti come complemento: riempire i tempi morti, mantenere engagement tra una stagione e l’altra, intercettare audience giovani. Dall’altro, c’è il rischio di una erosione silenziosa del tempo di consumo, soprattutto per quella fascia di contenuti “medi” che non ha né il prestigio del premium, né l’immediatezza del verticale. Insomma, nessuna paura, i micro-drama non minacciano di sostituire la serialità tradizionale. Ma per gli operatori tv tradizionali (e le loro concessionarie) forse è arrivato il momento di porsi seriamente la domanda su come integrarli strategicamente senza cannibalizzare valore. Ricordandosi che il fattore tempo in questo caso gioca un ruolo quanto mai essenziale.
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