Tax credit: cosa non ha funzionato?

L’editoriale del numero di DICEMBRE 2025 di Tivù

In questi tempi si fa legittimamente un gran parlare delle questioni inerenti il tax credit nel mercato dell’audiovisivo (lo facciamo anche noi nel servizio a pag. 54). Ma condividendo appieno l’assunto che in assenza di questo contributo pubblico il comparto non esisterebbe, o esisterebbe in una misura che non potrebbe in alcun modo aspirare a competere con le altre industrie audiovisive nazionali ed europee, vanno fatte alcune riflessioni. La prima delle quali è che nell’immaginario collettivo, complice la vera o presunta elitarietà del mezzo, nel dibattito pubblico si insiste genericamente e semplicisticamente sul cinema in difficoltà, mentre passa sottotraccia il ruolo della serialità televisiva che ormai se non è protagonista assoluta (e lo è senz’altro, però, per il pubblico, vista la vastità della platea che può vantare), è indubbiamente una co-protagonista di questo scenario.

Anzi, c’è chi osserva che non solo la fiction, ma anche l’intrattenimento dovrebbe poter accampare diritti sul tax credit, vista la connotazione culturale di alcuni show: e pensando a certi spettacoli di Baudo e delle compiante Kessler, o al Festival di Sanremo, X Factor o a C’è posta per te, verrebbe certamente di dargli ragione. Ma questa è un’altra storia. Tornando al contendere di queste settimane e mesi sul tax credit, viene però da chiedersi: perché ci troviamo a questo punto? Cosa non ha funzionato? E al netto della sottovalutazione o antipatia personale e politica dell’attuale Governo, con annessi ministri della Cultura, da Sangiuliano a Giuli, va detto che anche i protagonisti del settore, ovvero i player, ancora meglio i produttori e chi li rappresenta – da Anica ad APA – non hanno fatto al meglio la loro parte. Quando potevano e dovevano non hanno chiesto e preteso controlli stringenti e accurati affinché le risorse non venissero erose, a tratti dilapidate. Basta scorrere l’elenco delle produzioni che hanno ricevuto il contributo pubblico lo scorso anno (vedi Tivù di marzo 2025), per rendersi conto che molti progetti non avrebbero dovuto neanche essere presi in considerazione, per non parlare di irregolarità varie di cui alcuni si sono macchiati. Perché è proprio questo ad aver dato pretesto e sfogo a chi vede il racconto audiovisivo come fumo negli occhi, come portatore insano di valori, salvo poi assolverlo nel momento in cui diventa propaganda della sua fazione politica.

Nel 2024 le opere di finzione destinate alla tv e al web hanno ricevuto 266,88 milioni di euro (247 milioni di euro il cinema) di tax credit: oltre mezzo miliardo di euro pubblici investiti nel racconto del Paese e della società, in cui molti produttori si sono impegnati con cura e diligenza, realizzando prodotti di pregio e di vanto internazionale; ed è proprio per difendere questo racconto e questa industria, che bisognerebbe cominciare a insistere e persistere non soltanto sul fatto che non si possano sottrarre di colpo delle risorse a un’industria che dà lavoro a migliaia di persone e di famiglie, ma anche sul fatto che quelle risorse siano spese sempre meglio e che per riuscirci – associazioni di categoria in primis – si sia disposti a denunciare prontamente ogni irregolarità.

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