L’ora delle domande necessarie

L’editoriale del numero di NOVEMBRE 2025 di Tivù

Nessun operatore può non essersi accorto che l’industria televisiva europea sta attraversando una delle sue fasi più complesse. La sua crisi non è tanto un crollo, quanto una trasformazione strutturale: i pubblici cambiano più velocemente di quanto i modelli industriali riescano ad adattarsi. A indicarlo è anche l’ultimo studio How European Broadcasters Can Compete with Global Streaming Giants di BCG e NativeResearch, che segnala come ormai il 97% degli europei preferisca guardare video su piattaforme di streaming o social network. Il dato è eloquente: la tv non è più il luogo principale in cui si consuma intrattenimento audiovisivo. Il 73% delle famiglie europee paga almeno un abbonamento a un servizio di streaming, e un quinto degli spettatori accede ai contenuti solo via internet, rinunciando completamente alla tv lineare. Il che vuol dire che gli algoritmi, non più i palinsesti, sono diventati il punto di partenza dell’esperienza visiva: per la metà dei giovani utenti, la visione comincia scorrendo raccomandazioni su piattaforme digitali.

La conseguenza è che il sistema televisivo europeo – e italiano – si ritrova senza un terreno comune di scoperta: lo zapping è stato sostituito dallo scrolling, e con esso si perde quella casualità culturale che aveva sempre reso la tv uno spazio condiviso. Eppure, la televisione non ha perso la sua forza simbolica. Il 71% degli europei la considera ancora influente e il 70% la reputa una fonte affidabile di informazione e contenuti. La crisi, dunque, non riguarda la fiducia del pubblico, ma la forma con cui la tv continua a presentarsi. Per decenni, le emittenti hanno basato il loro valore sulla programmazione lineare, sul ruolo di filtro e selezione dei contenuti. Ma oggi questo ruolo è stato eroso da una nuova logica: quella della personalizzazione algoritmica, che sostituisce la mediazione editoriale con la scelta automatica. Il pubblico non cerca più cosa vedere: se lo fa consigliare da una piattaforma.

In questo scenario, YouTube rappresenta al tempo stesso la s da più radicale e la più grande opportunità. Non è solo un concorrente: è il simbolo del nuovo modo di produrre, distribuire e monetizzare i contenuti audiovisivi. Durante l’ultimo MIPCOM di Cannes, la piattaforma di Google ha messo in chiaro la propria strategia: partnership con BBC Studios, Banijay, RTL e ProSieben per la distribuzione di contenuti, e un impegno crescente nella creazione di YouTube Shows, veri e propri canali editoriali digitali. Per i broadcaster, è un campanello d’allarme, ma anche una bussola. YouTube è una minaccia perché erode la base giovanile del pubblico tv e sposta l’attenzione verso contenuti brevi, immediati e altamente personalizzati. Ma è anche un laboratorio in cui si sperimentano nuovi linguaggi, format e modelli produttivi. In altre parole, YouTube potrebbe non uccidere la tv, ma di certo la costringe a guardarsi allo specchio. E il ri esso, per molti, non è ancora facile da accettare. Questo perché vari broadcaster hanno interpretato tale transizione come un semplice passaggio di piattaforma, mentre la questione è invece più profonda: non si tratta di dove si trasmette, ma di come si costruisce valore in un ambiente dove il pubblico è anche produttore, commentatore e distributore. E non sono in molti ad averlo ancora compreso.

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