C’è qualcosa di più profondo, quasi inevitabile, nella fusione tra Banijay e All3Media. Non è solo una grande operazione industriale: è la fotografia più nitida di dove sta andando l’audiovisivo europeo. Da anni il settore racconta a sé stesso una storia fatta di creatività diffusa e pluralità. Ma la realtà è sempre più quella di un mercato che si stringe: pochi gruppi, sempre più grandi e sempre più globali. Banijay lo ha detto senza ambiguità: il futuro sarà di due o tre grandi consolidatori. Tutto il resto dovrà adattarsi. Come dimostra la storia recente, per i produttori italiani ormai in maggioranza satelliti di vari gruppi internazionali, questa non è una teoria.
È una traiettoria. Da un lato, sarebbe miope non scorgerne i vantaggi: il nuovo gruppo Banijay-All3Media avrà la capacità di investire, sviluppare IP e dialogare alla pari con le piattaforme globali (cfr. pag.10). In un’industria dominata da Netflix, Amazon e Apple, la dimensione è diventata una condizione di accesso, prima ancora che un vantaggio competitivo. Tuttavia, più cresce la scala, più si riduce lo spazio di manovra. Più si rafforza il catalogo, meno servono idee esterne. Più si integrano le strutture, meno si aprono le porte. Il rischio – già visibile in altri mercati – è che i grandi gruppi producano sempre più in casa, trattenendo diritti e opportunità, mentre i produttori indipendenti diventano meno necessari. E l’Italia, con il suo tessuto produttivo frammentato, è particolarmente esposta a questo passaggio: meno spazio per gli adattamenti, più competizione, più pressione a crescere o a farsi acquisire. La stessa dinamica, osservata dal lato dei broadcaster e delle piattaforme, racconta un’altra ambivalenza. Da una parte, avere un super-fornitore globale semplifica tutto: un unico interlocutore, cataloghi forti, IP riconoscibili, capacità produttiva garantita. In un mercato incerto, è una sicurezza preziosa.
Dall’altra, però, questa concentrazione sposta il baricentro del potere. Chi controlla i contenuti più desiderati può imporre condizioni, spingere su accordi di volume, ridurre i margini di negoziazione. E soprattutto crea una dipendenza pericolosa: nessun broadcaster può permettersi di legarsi troppo a un solo grande player senza indebolire la propria identità editoriale. È qui che la fusione Banijay-All3Media mostra la sua natura più complessa: rende il sistema più efficiente, ma anche più rigido; più solido, ma anche più sbilanciato. Eppure, come spesso accade, dentro questa apparente chiusura può aprirsi uno spazio inatteso. Perché i giganti hanno bisogno di contenuti, ma non possono generarli tutti. E allora, proprio mentre il mercato si concentra, può riemergere il valore dell’idea originale, della creatività che nasce fuori dai grandi cataloghi. Forse è questa la vera lezione, per produttori e committenti italiani. Non tanto scegliere da che parte stare, ma capire che il terreno di gioco è cambiato. Che la scala conta, ma non basta. E che, in un sistema sempre più dominato dai grandi gruppi, chi saprà ancora portare idee nuove – davvero nuove – continuerà ad avere un ruolo. Che è, in fondo, la stessa lezione suggerita da Riccardo Tozzi in fondo all’intervista di copertina di questo numero.
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