Ai format ci pensa YouTube

L’editoriale del numero di SETTEMBRE 2026 di Tivù

Lo so, abbiamo già più volte parlato su Tivù dell’insistente sorgere di YouTube all’interno del perimetro televisivo, ma è difficile non continuare a tener conto di un fenomeno in perenne evoluzione. E c’è una frase, pronunciata dal Ceo della piattaforma di Google, Neal Mohan, che dovrebbe essere appesa nell’ufficio di ogni direttore di palinsesto italiano: YouTube è la nuova televisione, perché i creator sono il nuovo prime time. Non è uno slogan. Perché ormai da tempo, e in modo costante, il con ne tra “contenuto social” e “contenuto televisivo” si è dissolto. Per vent’anni le case di produzione hanno guardato a YouTube come a un competitor che rubava ore di attenzione e giovani spettatori. Oggi sempre più player mondiali dell’intrattenimento non scripted ne diventano invece alleati. Come Talpa, la quale ha dichiarato che ormai circa il 60% del proprio catalogo nasce da partnership, spesso con creator digitali. La logica è chiara: i produttori mettono know-how, capacità produttiva e distribuzione internazionale; i creator mettono velocità, autenticità e un rapporto diretto – e già monetizzato – con il pubblico.

Il messaggio è lo stesso ovunque: non si tratta più di scegliere tra televisione e piattaforma, ma di costruire un ecosistema in cui la stessa proprietà intellettuale vive su più schermi, con modelli di licensing e condivisione dei diritti ancora tutti da scrivere. Non è tutto rose e fiori, ed è bene dirlo. La stessa Talpa segnala un problema strutturale che riguarda da vicino mercati regolamentati come il nostro: in Paesi dove le emittenti sono obbligate per legge a investire in contenuti locali, il fatto che YouTube non contribuisca economicamente alle produzioni pur beneficiando della loro presenza sulla piattaforma crea una tensione competitiva reale. C’è poi il tema, tutt’altro che risolto, della proprietà intellettuale condivisa: chi possiede davvero un format nato su YouTube e poi trasformato in show televisivo? E quando i grandi produttori inizieranno a trattare direttamente con società guidate da creator, su quali basi contrattuali si baseranno gli accordi? Le risposte, per ora, sono ancora in costruzione anche nei mercati più evoluti.

Anche in Italia qualcosa si muove. Rai ha annunciato per gennaio 2027 il canale V/BE, pensato per i ragazzi tra i 10 e i 14 anni, con estensioni social e su YouTube che prevedono il coinvolgimento diretto di influencer e creator. È un segnale, ma resta timido rispetto a quanto già strutturato a livello internazionale, dove la collaborazione con i creator digitali non è un elemento accessorio ma un pilastro del modello di sviluppo dei format. Quindi, il punto non è se il fenomeno arriverà anche da noi. È già arrivato. La domanda è che ruolo intendano recitare produttori e broadcaster italiani. Perché chi aspetta che il mercato si consolidi altrove rischia di ritrovarsi, tra qualche anno, a dover acquistare in licenza format che avrebbe potuto co-creare con i propri creator digitali oggi. Chi invece inizia adesso a costruire relazioni strutturali – non semplici sponsorizzazioni spot, ma vere partnership di sviluppo – si porta a casa due vantaggi: un banco di prova a basso rischio per nuove IP e un ponte diretto verso un pubblico giovane che la televisione lineare, da sola, non raggiunge più.

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